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Spunti della settimana Rubrica Animali: Matteo il miracolo dell'amore. Lunedì 10 Agosto 2009
Postato daivan il Mercoledì, 12 agosto @ 11:35:38 CEST
_CONTRIBUTEDBY ivan

Matteo il miracolo dell'amore
La scoperta di Matteo, il suo arrivo e la sua rinascita per me restano avvolti nel mistero e nel miracolo. La nostra storia è semplice. Io ho visto lui e me ne sono innamorata. Su internet. Come accade a tanti. Lui era sporco, storpio, paraplegico, eppure vivo. Sopravvissuto, nascosto nel bosco, nella foresta per sfuggire all’uomo. Non mi sono posta troppe domande. Una sì però: quante risorse aveva messo in gioco per sopravvivere? Quali strategie di sopravvivenza?


Matteo era un cane speciale e andava tolto dalla strada, sottratto dai ripetuti tentativi di chi lo voleva eliminare gettandolo in canali di scolo dove fargli fare la fine del topo nel pozzo, o togliendolo a bastonate dal sagrato del santuario perché la vista di un randagio mezzo selvatico, mezzo lupo e mezzo maremmano, e per qualcuno “mezzo cane”, poteva disturbare i pellegrini.
Lo avevano tenuto in vita fino ad allora due santi (non certo il sindaco, che aveva scritto un’ordinanza affamarandagi per evitare che i cani di cui per legge è responsabile potessero almeno mangiare e bere): una volontaria e un frate cappuccino, il solo tra i confratelli del santuario di San Matteo a passargli cibo di nascosto. Ma Matteo per me non poteva vivere più a rischio.
Mi sono impegnata per farlo venire al nord, il destino ha voluto mettere sul mio cammino molto tortuoso incontri e persone speciali che ho trovato al posto giusto e al momento giusto, per offrirgli uno stallo a due passi da casa perché potessi tutti i giorni socializzare, cercare un varco di dialogo, di comunicazione. Uno spiraglio. Lo cercavo ma lui non rispondeva. Poi, ha iniziato a mandarmi messaggi. Senza mai cercarmi. Io di qua, lui di là. Seduti vicendevolmente di spalle. Di lato. Per più di un mese l’impresa era fargli ingerire sei pastiglie al giorno. Un incubo. Diventato una sfida. Il cibo, la consuetudine, sono diventati il nostro primo linguaggio. Il resto è venuto da sè.
Ci sono voluti cinque mesi, in una straordinaria progressione di risultati, per assistere alla sua rinascita. Un pianto per il primo scodinzolo. Un altro pianto per la prima annusata. Un pianto per lui che si mette di pancia e mi allunga la zampa. Un altro ancora per il primo bacio. Cinque mesi di quotidiana peregrinazione mattutina in rifugio. Dura, ammetto. Durissima. Ma se prima Matteo si nascondeva per scappare, ora lo faceva per giocare a nascondino. Io dentro la casetta, lui dietro la porta, a simulare l’agguato.
Prima dovevo sedarlo per toccarlo. Ora dovrei sedarlo per farlo finire di giocare. Poi, è arrivato il momento magico del suo progressivo approccio a casa, con gli altri nostri cani. Quattro maschi. E una sola femmina. Era l’ultima scommessa da vincere. La sfida dell’adattamento finale. Poteva essere la rissa, con feriti. L’indifferenza, con la vigilanza. Oppure la famiglia, il suo branco “libero” nei confini della sua nuova libertà. Attendevo ogni domenica per scoprire come loro ci avrebbero stupito. I cani sono migliori di noi, comprendono e accettano l’handicap più di noi. Si relazionano meglio di noi, mandano messaggi pacificatori più di noi.
Si riconoscono più di noi. Non è forse un caso che il suo migliore compagno di giochi e cane guida sia diventato l’ultimo arrivato, un microbo di meticcio trovato con una catena incarnita nel collo.
La prima volta che si sono visti è stata una rivelazione da cardiopalma: ha attraversato di corsa il giardino e lo ha affrontato muso contro muso. Oddio, mi sono detta: adesso lo sbrana. Invece si è lasciato baciare sulla bocca. Matteo poteva accettarlo oppure aprire la bocca e distruggerlo. Si sono capiti al volo. Oggi giocano al domatore e al leone. La testa dell’uno sempre dentro le fauci dell’altro. Il microbo lo abbraccia e insieme a lui si rotola sul prato.
Matteo ora è a casa sua. Sta misurando i suoi nuovi spazi, osa, si ritira, decide lui quando. Adottare un cane disabile segna un confine tra come eravamo prima e come siamo migliori dopo. Avere un gigante seduto che ti segue e ti cerca, che ha adottato te, è l’esperienza più bella e avventurosa che potesse capitarmi. Un’alleanza possibile, un miracolo, un mistero. Quando finalmente avrà il suo carrellino, quaranta chili di cuore e intelligenza annuseranno l’erba pulita. Cosa c’è di più bello di una pipì nel prato fuori casa?
fonte:

www.chiliamacisegua.org

info@chiliamacisegua.org

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